È penoso constatare quanto le ipotesi
avanzate da Alessandro Baricco - nell'articolo pubblicato su La
Repubblica dell'8 gennaio - siano piuttosto grossolane, oltre
che pretenziose e scorrette. Lo sono nel metodo e nel merito,
in quanto pongono sullo stesso piano ambiti artistici accomunati
linguisticamente dal denominatore comune dell'avanguardia storica,
senza però valutarne l'impatto assai diversificato che
musica e pittura esercitano nell'attuale tessuto socio-culturale.
Per confutare queste tesi -peraltro già ampiamente trattate
dalla critica e dall'estetica del secondo Novecento in modo assai
più circostanziato e sistematico- basterebbe considerare
come sia diverso l'aspetto consumistico del visitare una galleria
d'arte da quello di ascoltar musica contemporanea d'arte
(per usare un'efficace definizione di Maurizio Pollini) in una
sala da concerto o tramite una registrazione discografica. In
ogni caso, sembra pacifico che il pubblico dei musei d'arte moderna
o quello che assiste a performance musicali, abbia il pieno diritto
di scegliere i propri riferimenti artistici seguendo semplicemente
il gusto di una libera offerta e senza tener conto del punto di
vista che Baricco vorrebbe elevare a principio assoluto e vincolante.
Cavalcando una visione reazionaria della ricerca artistica (che
trova in Allevi il suo alfiere più furbo e bigotto), l'autore
dell'articolo sembra piuttosto a caccia di argomenti polemici
che possano in qualche modo attirare una sia pur minima attenzione
da parte di addetti ai lavori ma anche di appassionati di pittura
e musica contemporanea: il risultato è invece quello di
suscitare solo uno sguardo di compassione visto il pressappochismo
delle congetture, sollevate con un chiacchiericcio sbollito e
fasullo.
Entrando nello specifico, crediamo che un quadro di Pollock sia
motivo di culto per folle di persone non tanto perché quel
particolare linguaggio pittorico lo si comprende appieno, (i più
accorti oltretutto sanno bene che visitare una mostra d'arte implica
uno sforzo intellettuale di gran lunga inferiore rispetto all'ascolto
di un pezzo di musica contemporanea, o della lettura di un libro)
ma soprattutto - e per una volta si abbia il coraggio di ammetterlo
- perché l'arte contemporanea è prima di tutto soggetta
al mercato e alle sue speculazioni. Questo non trova un corrispettivo
nell'ambito della musica moderna e contemporanea (quale mercante
pagherebbe mai 100 milioni di euro il manoscritto del Wozzeck
di Alban Berg?). Paragonare l'arte moderna alla musica contemporanea,
senza considerare questo aspetto fondamentale del mercato, è
superficiale. Lo si giustifica ancor meno per coloro che, come
abbiamo avuto modo di constatare in altre analisi e in ambiti
a loro più affini, dovrebbero utilizzare approcci intellettuali
più raffinati nell'analizzare un argomento di così
tale complessità. Ma come già ampiamente sperimentato,
anche in questo caso si è preferito l'approccio (molto
di moda) dell'essere ortogonale a tutto. E' un esercizio dall'effetto
immediato, che naturalmente crea proseliti e offre argomenti di
auto-assoluzione fra coloro che dissentono (senza conoscere) dalla
musica contemporanea, già oggetto di critiche, denigrazioni
continue, e, grazie ai tagli del Ministero del Cultura, ormai
verso l'estinzione totale (che farà gioire di certo Baricco
ma non coloro che amano l'arte in tutte le sue espressioni e hanno
a cuore la salvaguardia di un patrimonio straordinario che attraversa
il Novecento fino ai giorni nostri).
A differenza della maggior parte degli stati europei, dove la musica
contemporanea è viva e vegeta (e non ci si riferisce certo
ad autori come Philip Glass o qualche altro minimalista di mediocre
profilo), in Italia la situazione è assai più
drammatica. Più che parlare di sottile truffa dei
compositori ai danni del pubblico, sarebbe più onesto ammettere
che il vero problema che ha determinato questo gap culturale è
di tipo educativo, che la musica, la ricerca, la sperimentazione,
non fa più parte della cultura della nostra Italia malata,
e che l'assenza di un progetto formativo e politiche culturali
specifiche, già dalle scuole primarie, non ha fatto altro
che generare tutta questa indifferenza, se non addirittura ostracismo.
Tutto questo non aiuta i compositori e la musica del nostro tempo,
anzi, ne peggiora gravemente la condizione screditandoli. E
di ciò siamo tutt'altro che grati all'azione demonizzante
di Alessandro Baricco.
Martino Traversa
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